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Possiamo smettere di definire tutto "autentico"?

Carolina de Jong
12 ago
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 13 ago


Pensieri sparsi su lusso, creatività e una parola che amo, ma che forse stiamo usando troppo.


C'è una parola che negli ultimi anni incontro praticamente ovunque.


Autentico.


Esperienze autentiche. Luoghi autentici. Sapori autentici. Incontri autentici. Viaggi autentici.


Lavorando nel turismo da tanti anni, probabilmente l'ho utilizzata centinaia di volte anch'io.


Eppure ultimamente mi fermo sempre più spesso a pensarci.


Ma cosa significa davvero?


E soprattutto: se dobbiamo continuamente spiegare che qualcosa è autentico, lo è davvero?


Non ho una definizione da manuale. E forse è proprio questo il punto.

So però cosa significa per me.


Autentico, per me, è qualcosa che riconosci.


Non necessariamente perché lo hai già visto.

Ma perché ti sembra vero.


Lo senti quando entri in un luogo e tutto sembra essere lì per una ragione.

Lo senti quando qualcuno ti racconta una storia e capisci che l'avrebbe raccontata nello stesso modo anche se tu non fossi stato un cliente.


Lo senti quando un'esperienza non cerca disperatamente di impressionarti.

E credo che sia questa la cosa che mi affascina di più.


Dopo tanti anni trascorsi a vendere sogni, raccontare, costruire e osservare viaggi, ho capito che spesso le cose che rimangono di più sono quelle che erano meno intenzionate a farlo.


Una conversazione.

Una persona.

Un dettaglio che nessuno aveva inserito nel programma.

Una tavola non perfetta.

Una porta che si apre.

Una storia raccontata perché in quel momento qualcuno aveva semplicemente voglia di raccontarla.


Sono quasi sempre piccole cose.


Eppure sono quelle che, tornando a casa, raccontiamo.


Forse abbiamo confuso l'autenticità con un'estetica.


Questa è una cosa sulla quale mi interrogo spesso.

Soprattutto in Italia.


Abbiamo imparato ad associare l'autenticità a immagini molto precise.


La cucina della nonna. Il mercato locale. L'artigiano nella sua bottega. La pasta fatta a mano. La masseria. Il borgo sconosciuto. La tovaglia un po' stropicciata, possibilmente sotto un pergolato.


E sia chiaro: io amo tutte queste cose.


Fanno parte del motivo per cui continuo ad amare profondamente questo lavoro.


Ma a volte ho la sensazione che, nel tentativo di creare qualcosa di autentico, finiamo per costruire una scenografia dell'autenticità.


E lì qualcosa si perde.


Perché una cosa non diventa autentica semplicemente perché sembra tradizionale.


E una cosa contemporanea non smette di esserlo semplicemente perché qualcuno ha avuto il coraggio di cambiarla.


È qui che entra in gioco la creatività.


Una delle cose che più mi incuriosiscono del lusso oggi è proprio questa:

quanto possiamo innovare senza perdere ciò che siamo?


Personalmente non credo che valorizzare una storia significhi conservarla sotto vetro.

Anzi.

Credo che il lavoro più interessante inizi quando qualcuno riesce a prendere qualcosa che esiste da sempre e a guardarlo con occhi nuovi.


Non stravolgerlo.

Non renderlo “instagrammabile”.

Non aggiungere qualcosa soltanto perché il mercato lo richiede.


Semplicemente chiedersi:

E se lo raccontassimo diversamente?


Questa domanda mi piace moltissimo.


Probabilmente perché è una domanda che mi sono fatta infinite volte nel mio lavoro.

Davanti a un hotel.

Davanti a un'esperienza.

Davanti a un prodotto bellissimo che, per qualche motivo, non riusciva a raccontare quanto fosse bello.


A volte non serve creare qualcosa di nuovo.


Serve vedere meglio quello che c'è già.


E poi ci sono le persone.


Se penso alle esperienze più belle che ho vissuto o che ho avuto la fortuna di vedere nascere nel corso degli anni, quasi sempre c'è una persona al centro.


Non necessariamente qualcuno con un titolo importante.

Spesso esattamente il contrario.


Qualcuno che conosce profondamente ciò che fa.

Qualcuno che ti racconta una storia senza recitarla.

Qualcuno che ti fa entrare, anche solo per qualche ora, nel suo mondo.

E forse è proprio questo che associo maggiormente all'autenticità:

la sensazione di essere stati ammessi, non semplicemente invitati.


Per me c'è una differenza enorme.

Ed è anche una delle forme di lusso che trovo più interessanti.


Il lusso che mi interessa non è necessariamente quello che costa di più.


Mi interessa quello difficile da replicare.


Quello che non puoi semplicemente comprare e riprodurre altrove.

Un hotel bellissimo può essere replicato.

Un design può essere copiato.

Una formula commerciale può essere studiata.


Persino un'esperienza può essere ricostruita quasi identica.


Ma una persona, una storia, un modo di accogliere, un senso del luogo…

quelli sono molto più difficili da copiare.


Ed è lì, secondo me, che oggi si trova una parte enorme del valore.


Forse il vero privilegio non è più semplicemente poter accedere a qualcosa di esclusivo.


Forse è poter vivere qualcosa che non sarà mai esattamente uguale per la persona che arriverà dopo di noi.


Non so se questa sia la definizione corretta di autenticità.


È semplicemente la mia.


E probabilmente continuerà a cambiare insieme al mio modo di viaggiare, lavorare e osservare questo mondo.


Ma una cosa la so.


Quando penso a ciò che vorrei fare con CdJ Curated, penso proprio a questo.


Non inventare storie dove non ci sono.


Non trasformare ogni luogo in qualcosa che deve necessariamente sembrare “luxury”.


Non applicare la stessa formula a realtà completamente diverse.


Piuttosto guardare. Ascoltare. Capire cosa c'è già.


E poi chiedersi come farlo emergere.


Perché forse la creatività non consiste sempre nell'inventare qualcosa che prima non esisteva.


A volte consiste semplicemente nell'avere la sensibilità di riconoscere qualcosa che era già lì.


E trovare il modo giusto per farlo vedere anche agli altri.

 
 
 

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